Cardinal Bassetti, la Chiesa prenda in mano la questione migranti!

di Giovanni Marcotullio

Eminenza Reverendissima,
ho appena letto il Suo intervento pubblicato oggi sulle colonne de Il Settimanale de L’Osservatore Romano: fin dal titolo – “Una nuova Europa” – mi ha dato una grande gioia spirituale, per la quale La ringrazio di cuore.

Poiché il Suo testo era già consultabile ieri sul sito dell’Arcidiocesi di Perugia Città della Pieve, spero non bassetti.jpgLe dispiaccia se lo riporto anche qui in calce, per impreziosire questo blog che già dal nome ambisce a raccogliere il meglio della cultura cristiana.

“Aiutiamoli a casa loro”

Come Lei giustamente ricorda, «siamo passati da una generale indifferenza a una maggiore consapevolezza del fenomeno migratorio». È vero: «Oggi c’è una sensibilità diversa nell’opinione pubblica e più maturità nell’affrontare questo dramma umanitario». D’altro canto, Lei stesso non manca di annotare alcune criticità, che si assommano e si esemplificano tutte in un crescente senso di fastidio per lo straniero (e per il peso che, indiscutibilmente, comporta sulla nostra società).

A fronte di questo la Chiesa stessa, ai suoi massimi livelli, ha ricordato che «il discorso “aiutiamo i migranti a casa loro” è valido». Sono parole del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, cui ha fatto eco – sempre nella giornata di ieri – il Segretario della “Sua” Cei, Eminenza, monsignor Nunzio Galantino. Per lo spunto polemico tra quest’ultimo e Matteo Renzi – che dopo una sciagurata e politicamente castrante stagione politica volta alla fondazione del partito radicale di massa spera di recuperare punti su temi populisti e reazionarî – qualche testata incapace di leggere le cose di Chiesa ha creduto di poter ravvisare un contrasto tra la Santa Sede e la Conferenza Episcopale Italiana. Amenità divertenti in bocca al Padre Pizarro di Guzzanti, ma poco utili se vogliamo parlare di cose serie. In realtà, come anche su questo nostro Breviarium abbiamo provato a ricordare, il diritto a emigrare esiste in natura – lo ricordava il beato Paolo VI – ed è bilanciato da quello a non emigrare (ricordato più volte da Benedetto XVI nel suo Magistero sociale).

Non solo, dunque, una cosa non esclude l’altra, ma una cosa garantisce l’altra. Perché questo flusso migratorio dalla portata inusitata è condizionato in larga parte da sconsiderate politiche (belliche, finanziarie, industriali e commerciali) del c.d. “primo mondo”, protratte spavaldamente per decenni alle spalle dei poveri. E perché tuttavia il fenomeno non può ridursi ad effetto delle ingiustizie altrui – ma risponde alla libertà dell’uomo e si collega al diritto (naturale) alla proprietà privata – quando la Chiesa dice “aiutiamoli a casa loro” non dice la stessa cosa che dicono i politici (siano essi i Matteo della Lega o quelli del Pd).

La mafia delle cooperative

Due sere fa ero a cena a casa dei miei genitori e la mia madrina di battesimo, venuta con la famiglia a conoscere la mia neonata bambina, mi chiedeva tra una cosa e l’altra:

Ma perché tutti questi soldi pubblici vengono dati ai migranti e non agli italiani, che pure ne avrebbero tanto bisogno?

Aveva ragione: il rapporto Istat sulla povertà è anch’esso di ieri (frattanto il governo si accanisce su stabilimenti balneari che sbarcano il lunario sulla pelle di poveri nostalgici…). Al che ho dovuto rispondere, lasciandola di sale, che effettivamente è proprio agli italiani che vanno. Le ong che si occupano di migranti non lo fanno certo gratis e non sono composte da migranti (ormai vanno a prelevarli direttamente a Tripoli, per quanto rendono bene): sono quelle che percepiscono bei goccioloni dei fondi comunitarî, i soldi che volentieri l’Europa ci ha concesso per togliersi il pensiero dei migranti e scaricarsi un po’ anche la coscienza. Poi ci sono le strutture alberghiere per la prima accoglienza, pure quelle gestite da italiani, non da migranti: e sono quelle che prendono i soldi. Poi ci sono i catering, ugualmente gestiti da italiani e non da migranti: sono quelli che prendono i soldi. Poi ci sono le vere e proprie strutture delle cooperative: il consulente burocratico, il mediatore linguistico, l’assistente psicologico… Tutti italiani. Tutti attaccati alle tanto deprecate mammelle della Comunità europea, la quale da parte sua non può veramente illudersi che il nostro consolidato malcostume, tristemente noto in tutto il mondo come “mafia”, non stenda i tentacoli su un piatto tanto ghiotto. Ma si è levata un pensiero, almeno per ora…migranti.jpg

Nessuno deve illudersi che “mafia capitale” sia un fenomeno circoscritto alla sola area d’influenza romana: Buzzi e Carminati sono gli epigoni più macroscopici di questa metamorfosi del crimine organizzato all’italiana, ma – come diceva De André –

Non tutti nella capitale
sbocciano i fiori del male:
qualche assassinio senza pretese
lo abbiamo anche noi in paese.

Fabrizio De André, Delitto di paese

Salvatore Buzzi ha il (de)merito di aver enunciato quel teorema che potrebbe essergli intestato:

Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno.

Ma c’è un Buzzi in ogni paesello d’Italia, Eminenza: non ha la faccia del mafioso, ci mancherebbe, e non spara a nessuno, anzi si avvale di opportunità concessegli dallo Stato. Come Le dicevo, sono tornato nei giorni scorsi al mio paesello d’origine in Abruzzo, Eminenza, e al bar (dove si radunano ogni giorno il vero Senato e i veri Stati Generali del borgo) son venuto a sapere dal Sindaco che anche da lì, da quel piccolo borgo del Pescarese, qualcuno si è presentato in Procura per mettere a disposizione delle cooperative i proprî immobili privati per l’accoglienza dei migranti.

Il Sindaco ha avuto anche il merito e l’intelligenza – qualità normalmente riprovate dai cittadini – di prendere la cosa nel modo migliore possibile, ovvero pianificando possibili esperienze lavorative e di integrazione per i migranti, cose che risultino utili e buone sia per gli ospiti sia per la comunità ospitante. Permaneva però forte, e comprensibilmente, la preoccupazione:

Con tutte le case sfitte che ci sono in paese, se si diffonde la cosa e la gente capisce il business, è un attimo e qui ci troviamo con più migranti che paesani: e poi come li sosteniamo? Che potremo più offrire?

Ma a quel punto i piccoli Buzzi dei nostri paeselli, Eminenza, non ci arrivano: quelli intascano i loro bravi mille euro al mese per l’affitto della struttura e sono satolli. Soldi pubblici, soldi pulitissimi! E sono tutti italiani e sono tutti brava gente! Poi chissenefrega se l’immissione massiccia di manodopera a basso costo ammazzerà il già malandato mercato del lavoro italiano? Figuriamoci: quelli vanno pure dicendo di aver aiutato i migranti! Sono gente “di sinistra”! E intanto i nostri figli e noi stessi dovremo piegarci a un mondo del lavoro sempre meno dignitoso, sempre più costipato nel tacito ricatto “se non vuoi questi 500 euro in nero li do a quel negro dietro di te”. Questo spiegavo alla mia madrina. Presenti i suoi figli. E le veniva un groppo in gola.

Solo la Chiesa può farcela

Il motivo per cui ho ammazzato la cena, l’altra sera, era naturalmente quello di svelare gli altarini dei finti benefattori che infestano tutti i borghi d’Italia: piscis capite fetit, ma la mafia delle cooperative non sta solo a Roma, Eminenza.

E non è neppure cattiva gente, anzi: al mio paese mi sono consolato di sapere che ad assistere quei ragazzi hanno mandato una giovane donna che conosco e ho motivo di stimare, una madre di famiglia dolce e intelligente, seria e professionale. Tutto bello, ma qual è il piano? Qual è la proposta? Dare ai migranti qualche regola fondamentale del nostro vivere, insegnare loro i rudimenti della lingua italiana, confezionare loro i documenti… e poi?

E poi niente, loro vogliono andare nelle grandi città.

Mi hanno risposto. E che potranno mai trovare, a Roma, Milano e Napoli? Saranno facilissima ed economicissima manodopera della piccola malavita, quasi fatalmente. Nelle province e nelle campagne, invece, potrebbero rilevare mansioni agricole purtroppo neglette (fatta salva la dignità ed evitando ogni forma, anche larvata, di schiavitù!), potrebbero ripopolare i borghi ormai deserti e contribuire al bene pubblico – locale e nazionale.

Ma sa cosa ho pensato visitando alcune di queste realtà, Eminenza? Ho pensato che anche nel migliore dei casi – ovvero quando la cooperativa è piena di persone scrupolose e preparate, oneste e serie – manca una visione complessiva. Una visione dell’uomo e della comunità, che sappia introdurre i migranti nel nuovo mondo per il quale hanno investito somme immani e rischiato più volte orribili morti. La lingua non basta (e in tanti casi neppure viene data!): la sola lingua, senza una vera koiné culturale, è solo un altro terreno di scontro, un’altra faglia tra ricchi e poveri, un altro terreno di caccia per i bracconieri dei nostri giardinetti ripuliti.

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…

Deut 8,2

L’Occidente si è costruito sull’epica di tre viaggi, Eminenza: quello di Abramo, quello di Ulisse e quello di Enea. Noi non possiamo rigettare questi fratelli viaggiatori senza sputare sulla tomba dei nostri padri – e nessuno ama veramente la Patria se non onora la memoria dei Padri. Viceversa, noi non potremo accoglierli e integrarli in questa società senza valorizzare il loro viaggio, senza incoraggiarli a cantare la loro nostalgia, come i Feaci fecero con Ulisse e i cartaginesi con Enea: il mitico fondatore di Roma, nonché semidivino capostipite della romanissima gens Iulia, era un turco, e la fondatrice della roccaforte punica era già stata regina fenicia di Tiro. Insomma una palestinese.

Il miracolo europeo, Eminenza, è proprio che l’epica dei viaggi ha saputo tessere da innumerevoli storie e culture un arabesco di lingue, saperi, scienze e culture dall’ineffabile bellezza. Che il cristianesimo abbia sviluppato in questo contesto il grosso del suo bagaglio dottrinale, Eminenza, mi sembra perfettamente congruo, più che paradossale: niente esprime la convivialità delle differenze meglio del concetto di cattolicità.

Un altro 8‰ per risolvere la questione dei migranti

Ma a questo punto, Eminenza, proponga ai Suoi confratelli, ai nostri pastori in Italia, di dare un colpo di reni e di cambiare il gioco di questa trista partita: prendete in mano voi – prendiamola noi, come Chiesa! – la questione dei migranti. Chiediamo agli Stati un’altra briciola della loro opulenza (dovrebbe bastare un altro 8‰, o anche meno) e investiamola in quell’opera che la Storia attende fremente e che solo noi, al mondo, possiamo compiere. Noi, la Chiesa, noi “esperti in umanità”, noi abbiamo una grande storia da raccontare a ogni uomo – la più grande mai raccontata! – e questa storia è la sola che può sbloccare il pianto di ogni figlio di Adamo e scioglierlo dal suo isolamento.

Nessuna onlus, nessuna ong, nessuna cooperativa (tantomeno quelle nelle mani di Buzzi e Carminati grandi e piccini) è tanto estesa, tanto potente e tanto “leggera” quanto la Chiesa cattolica: perché, come dicevo, nessuno di loro lavora gratis. Noi sì: gratis et amore Dei, perché la grazia e l’amore di Dio sono stati riversati nei nostri cuori. Anche l’impatto economico e demografico potrebbe essere ripartito al meglio: nessuno ha in tutto il mondo le “agenzie” che ha la Chiesa cattolica, e nessuno potrebbe distribuire in modo più omogeneo ed equo i migranti nei Paesi ricchi.

Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto:
Colui che raccolse molto non abbondò,
e colui che raccolse poco non ebbe di meno
.

2Cor 8,14-15

Certo, tutti i Buzzi e i Carminati d’Italia ci farebbero la più spietata delle guerre, il mainstream della comunicazione scoperchierebbe tutti i nostri più remoti e più polverosi armadî per delegittimarci, ma la realtà è che a nessuno come agli stessi Stati e alla comunità civile servirebbe invocare il principio di sussidiarietà e lasciare che sia la Chiesa a sbrogliare questa immane matassa: ci accuserebbero di star “rubando” denaro pubblico, ma la verità è che tutta la giostra delle cooperative costa enormemente di più di un altro 8‰ (e non so chi si prenderebbe la briga di garantire sui risultati…). A noi, che lavoriamo gratis et amore Dei, basterebbero davvero cinque pani e due pesci, accompagnati alla Parola, per sfamare quelle moltitudini. Quelli che lucrano sono gli altri, e la cosa è sempre più sotto gli occhi di tutti.

Un lavoro per le conferenze episcopali

Lo scrivo a Lei, Eminenza, perché le Sue parole mi hanno ispirato, come Le dicevo principiando. Ma pure perché a Lei è stato or ora affidato, dai Suoi confratelli e dal nostro Santo Padre, il timone della Chiesa cattolica in Italia. Proprio nella sua vasta Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (per me perla tuttora insuperata del Magistero bergogliano), Papa Francesco ci ricorda:omelia_papa_lampedusa.jpg

Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente».[36] Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale.[37] Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria.

Evangelii gaudium 32

Eminenza, a che servono le Conferenze Episcopali, se non a coordinare la gestione di imprese così grandi? E come potremo, meglio di così, collaudare l’ancora verde esperienza di realtà come la Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea? Alcuni dicono che la Chiesa in Europa è morta, ma noi sappiamo, con Chesterton, che il cristianesimo

…alla fine è sempre risorto, perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dal sepolcro.

Guardi che occasione: l’Europa soffoca nell’oblio delle sue radici – di quelle maestose epiche di viaggio, nostalgia e desiderio – e viene invasa da una marea umana che chiede Pane e Parola. A chi tocca rispondere a questa domanda?

Rileggo ancora una volta il Suo vibrante articolo e voglio sperare che la nostra Chiesa in Italia intenda interrogarsi su queste tematiche.

Mi benedica, Padre

immigrazione-a-napoli.jpg


di Gualtiero Card. Bassetti

L’8 luglio 2013 il Papa compì il suo primo viaggio a Lampedusa, senza dubbio un viaggio storico. Da quell’ultimo lembo d’Europa lanciò un grido di dolore contro la “globalizzazione dell’indifferenza” che aveva “tolto la capacità di piangere” per le migliaia di migranti — uomini, donne e bambini — che trovavano la morte nel Mediterraneo. Un viaggio storico, dunque, non solo per la meta inedita, ma soprattutto per il messaggio che esso esprimeva. Francesco si faceva samaritano verso gli ultimi, i poveri e i disperati. Con un grido risuonato in tutto il mondo e che ha contribuito a gettare luce sulle migrazioni internazionali.

Grazie anche a quel viaggio, ci troviamo di fronte a uno scenario diverso rispetto a quattro anni fa. Uno scenario nuovo che si potrebbe riassumere così: maggiore consapevolezza, emersione di alcune paure, necessità di risposte. Rispetto al 2013 siamo passati da una generale indifferenza a una maggiore consapevolezza del fenomeno migratorio. Oggi c’è una sensibilità diversa nell’opinione pubblica e più maturità nell’affrontare questo dramma umanitario. Tra i cattolici, ma anche in altri credenti, l’attenzione verso i popoli in movimento ha assunto una nuova centralità e sono stati elaborati importanti progetti di aiuto. D’altro canto, però, si è andata affermando anche paura nei confronti dello straniero. Una paura che in alcuni casi si è addirittura trasformata nella percezione di un’invasione del proprio paese o di una rottura dell’identità tradizionale di un popolo. Come vescovo e come italiano, comprendo e sono vicino alle paure dei piccoli e all’angoscia di quelle famiglie che, ormai da troppi anni, stanno soffrendo per la mancanza di lavoro e per le precarie condizioni di vita. Ma non posso non richiamare l’attenzione verso il rischio di strumentalizzare queste paure. Questo è un punto delicatissimo e fondamentale. Enfatizzare e alimentare queste paure potrebbe scatenare una fratricida guerra tra poveri — tra italiani e stranieri — che va scongiurata in ogni modo.

Proprio per questo servono urgentemente risposte e non solo chiacchiere da social network. Il g20 di Amburgo purtroppo è sembrato a molti una “occasione persa”, come ha scritto L’Osservatore Romano. Nel documento conclusivo si parla di «sforzi concertati e condivisi» e «di stabilire partenariati con i paesi di origine e di transito» per regolare i flussi migratori. Troppo poco e troppo vago. Ci si aspettava qualcosa di più. Per esempio, una dura condanna dei trafficanti di carne umana attraverso la possibilità di imporre delle sanzioni Onu. E invece abbiamo assistito a un nulla di fatto che è drammatico presagio per il futuro. Futuro che passa però, inevitabilmente, attraverso la costruzione di una nuova Europa. L’Italia, infatti, non deve essere lasciata sola nella gestione degli sbarchi e della prima accoglienza. La sfida dei migranti è una questione internazionale che investe perlomeno tutta l’Europa. Da scelte condivise, da azioni concrete e dalla gioia della carità può sorgere un continente diverso: un’Europa dei popoli e “federata”, come ha ricordato il Papa. E viene in mente quella “nostra patria Europa” — descritta da Alcide De Gasperi nel 1954 a Parigi — in cui bisogna assicurare la pace, il progresso e la giustizia sociale. Un continente esemplare, dove «i popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati».

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