Bibbia e potere: le dinamiche che vogliono la morte di Charlie Gard

di Giovanni Marcotullio

Capita quasi ogni giorno, che la Liturgia delle Ore della Chiesa cattolica illustri la cronaca quotidiana meglio di come fanno i giornali. Non per nulla ho chiamato “Breviarium” questo blog: oggi abbiamo assistito attoniti al surreale scambio di battute tra il surreale ministro degli Esteri italiano (dall’inglese più surreale di quello di Renzi), Angelino Alfano, e il suo omologo britannico Boris Johnson: «Non che sia tecnicamente impossibile portare il piccolo Charlie a Roma – avrebbe detto l’inglese all’italiano –, ma sapete, abbiamo due sentenze [le sentenze sono 4, gli inglesi dicono così per modestia N.d.R.] che danno ragione ai nostri medici, e i nostri medici hanno detto che deve morire, e che deve farlo qui. Quindi metti che ora ve lo mandiamo e voi lo curate… che figura ci facciamo noi? E tutti quelli che lavorano al GOSH, poi, dove troverebbero lavoro? Quindi no, grazie: rifiuto l’offerta e vado avanti. Grazie a tutti per l’interessamento, ma davvero: è più pratico così».

Non è dato sapere se le parole siano state esattamente queste, ma il concetto può senz’altro dirsi riportato con essenzialità e completezza, come vuole la Professione. A proposito di Professione, non è certo dai titoli dei giornali che saprete il motivo del pazzesco diniego: perlopiù titolano infatti “impossibile portare Charlie a Roma”. Omettendo quella piccola ma non trascurabile assurdità: “per motivi legali”. Non c’è di che stupirsi: la stampa mondiale ha avuto ordine tassativo, fino a pochi giorni fa, di silenziare il fatto, anche a costo di attribuire alla famiglia le mai pronunciate richieste di “lasciare i genitori al loro dolore” (su ANSA le prime foto di Charlie Gard sono state pubblicate il 29 giugno!); ieri invece Associated Press ha messo in moto la macchina del fango per screditare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale il Bambino Gesù di Roma, reo di essersi offerto di accogliere Charlie e la sua famiglia senza costringerli a un viaggio transatlantico.

In tutto ciò, sacerdoti in crisi di astinenza da click invitano garrulamente al silenzio (gli altri) e alcuni sedicenti cattolici, evidentemente molto confusi, ci spiegano come il bene di Charlie sia di morire soffocato per ordine di medici radicali e giudici necrofili. Consola vedere che già qualche giorno fa Angelo Branduardi, sul suo profilo social, aveva riproposto pensosamente, a mo’ di profetica meditazione, la propria interpretazione di Geordie di Fabrizio De André.

È confermato: quando un uomo conserva un briciolo d’intelligenza, di bontà e di onestà, non ha dubbî su come orientarsi nella presente situazione. Quando manca almeno una di queste tre qualità, i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Ma poi, alle volte, basta che si sblocchi qualche piccolo ingranaggio politico e le cose vanno a posto: un tweet del Papa, uno di Trump, e chi ti aspettavi che facesse gli appelli, e fino a quel momento non ne aveva fatti, comincia.

Tutto benissimo, ma che c’entra il Breviario?

Neanche a farlo apposta, proprio oggi si leggeva un meraviglioso brano del Secondo libro di Samuele, in cui si parla di come per consolidare alcuni equilibrî politici (fragili come sovente tali equilibrî sono) alcuni “attivisti” del “Partito della Nazione” – cioè partigiani di Saul – cercano di accreditarsi agli occhi del giovane rottamatore – il giovane Davide, che dopo essere cresciuto nella stima popolare al punto di andare in uggia al sovrano regnante si fa una squadra di avanzi di galera avvia una propria marginale esperienza di governo.

Dov’è il nesso? Il nesso è che anche in questo caso l’equilibrio dev’essere suggellato col sangue di un bambino; anche in questo caso il bambino è malato (per la precisione, Charlie è malato: il bambino del racconto biblico è disabile); anche in questo caso degli adulti sperano di garantirsi una certa sicurezza sacrificando la vita dell’innocenti.

Il figlio di Saul aveva due uomini, capi di bande, chiamati l’uno Baana e il secondo Recab, figli di Rimmon da Beerot, della tribù di Beniamino, perché anche Beerot era computata fra le città di Beniamino. I Beerotiti si erano rifugiati a Ghittaim e vi sono rimasti come forestieri fino ad oggi.

Giònata, figlio di Saul, aveva un figlio storpio di ambedue i piedi. Egli aveva cinque anni, quando giunsero da Izreel le notizie circa i fatti di Saul e di Giònata. La nutrice l’aveva preso ed era fuggita, ma nella fretta della fuga il bambino era caduto e rimasto storpio. Si chiamava Merib-Baal.

Si mossero dunque i figli di Rimmon il Beerotita, Recab e Baana, e vennero nell’ora più calda del giorno alla casa di Is-Baal mentre egli stava facendo la siesta. Or ecco, la portinaia della casa, mentre mondava il grano, si era assopita e dormiva: perciò Recab e Baana suo fratello, poterono introdursi inosservati. Entrarono dunque in casa, mentre egli giaceva sul suo letto e riposava; lo colpirono, l’uccisero e gli tagliarono la testa; poi, portando via la testa di lui, presero la via dell’Araba, camminando tutta la notte. Portarono la testa di Is-Baal a Davide in Ebron e dissero al re: «Ecco la testa di Is-Baal figlio di Saul, tuo nemico, che cercava la tua vita. Oggi il Signore ha concesso al re mio Signore la vendetta contro Saul e la sua discendenza».

Quello che i due avventurieri non potevano immaginare era la reazione del capobanda di Betlemme: Davide aveva ucciso duecento filistei e portato in dote i loro prepuzî a Saul, per avere in moglie Mical – sicuramente molti di quegli uomini non erano meno innocenti di Merib-Baal (o Is-Baal che dir si voglia), e dunque non era un tipo eccessivamente sensibile al sangue. Però il figlio di Iesse era uomo capace di letture ficcanti delle trame politiche: sapeva bene come non si possa costruire alcun consenso con canaglie che trucidano i bambini, specie se malati o disabili.

Ma Davide rispose a Recab e a Baana suo fratello, figli di Rimmon il Beerotita: «Per la vita del Signore che mi ha liberato da ogni angoscia: se ho preso e ucciso in Ziklag colui che mi annunziava: Ecco è morto Saul, credendo di portarmi una lieta notizia, per cui dovessi io dargli un compenso, ora che uomini iniqui hanno ucciso un giusto in casa mentre dormiva, non dovrò a maggior ragione chiedere conto del suo sangue alle vostre mani ed eliminarvi dalla terra?». Davide diede ordine ai suoi giovani; questi li uccisero, tagliarono loro le mani e i piedi e li appesero presso la piscina di Ebron. Presero poi il capo di Is-Baal e lo seppellirono nel sepolcro di Abner in Ebron.

Tagliare mani e piedi di certi “medici”… di certi “giudici”… oh, quanto la sapienza biblica è scevra dei fronzoli delle nostre ipocrisie politicamente corrette… ma tralasciamo. Il succo è che immediatamente la storia dà ragione a Davide, perché anche i popoli hanno un certo istinto del buon governo, se non sono così narcotizzati da necessitare l’orribile purga della tirannide.

Vennero allora tutte le tribù d’Israele da Davide in Ebron e gli dissero: «Ecco noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele». Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro in Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele. Davide aveva trent’anni quando fu fatto re e regnò quarant’anni. Regnò in Ebron su Giuda sette anni e sei mesi e in Gerusalemme regnò quarantatrè anni su tutto Israele e su Giuda.

Così il capobanda diventa re: re per davvero, non di un manipolo di scampaforca. Ma qui il Breviario fa una scelta intrigante: l’episodio del povero figlio di Gionata era finito col capitolo 4, ma i compilatori della Liturgia delle Ore proseguono oltre aggiungendo sette versetti del capitolo 5, che dice non solo dell’unzione regale, bensì anche dell’impresa militare che trasformò la città-stato dei Gebusei (Gerusalemme) in quella che i secoli avrebbero salutato come “la città di Davide”.

Il re e i suoi uomini mossero verso Gerusalemme contro i Gebusei che abitavano in quel paese. Costoro dissero a Davide: «Non entrerai qui: basteranno i ciechi e gli zoppi a respingerti», per dire: «Davide non potrà entrare qui». Ma Davide prese la rocca di Sion, cioè la città di Davide.

2 Sam 4,2-5,7

Dov’è il paradosso che oggi parla alla nostra miserabile cronaca? Che la pericope si chiuda parlando di storpî come parlando di uno storpio si era aperta: il mondo – entità ostile a quei poteri che si costituiscono nel rispetto e nella difesa “dei ciechi e degli storpî” – s’illude che gli emarginati prendano le armi e combattano per loro contro il nuovo arrivato. Quel che accade è precisamente il contrario.

È un messaggio per l’Europa, pagana e neo-nazista, che non sembra ancora sazia di avallare la strage degli innocenti; è un messaggio per la perfida Albione, che un tempo uccideva per tentato suicidio e oggi per malattia: questi poteri saranno sovvertiti, ed è fatale che ciò avvenga. I prodotti della “cultura dello scarto”, i vostri incubi peggiori: gli handicappati, i migranti, i disoccupati… ecco chi è che vi distruggerà.

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6 pensieri su “Bibbia e potere: le dinamiche che vogliono la morte di Charlie Gard

    • Giovanni Marcotullio ha detto:

      No, e senz’altro dovrò vederlo, ma le recensioni che ne ho letto (quelle positive ancora di più delle stroncature) non mi mettono fretta di cercarlo. Anche la pagina che mi indichi sembra esaltare più un’esperienza estetica che una religiosa (o almeno etica). Mi sbaglierò, naturalmente. Magari ne parleremo di nuovo dopo che lo avrò visto.

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  1. zimisce ha detto:

    Molto interessante il discorso sulle tre condizioni necessarie di intelligenza, bontà e onestà. È un punto di vista che hai trovato da qualche parte? Perché istintivamente uno è portato a far coincidere le ultime due. Infatti ci sono persone intelligenti e buone che sono davvero convinte che il “best interest” di Charlie sia quello decretato dai giudici. Cos’è questa onestà che manca? Forse l’onestà intellettuale di guardare alle conseguenze delle premesse. Il dispiacere per il dolore innocente blocca il ragionamento, che pure si avrebbe l’intelligenza di fare, che o accettiamo che anche una vita breve e ferita ha senso ad essere vissuta oppure non lo ha mai.
    È questa l’accezione che dai alla parola “onesta”? Una specie di “coraggio diguardare quello che dà dispiacere guardare”?

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    • Giovanni Marcotullio ha detto:

      Le tre condizioni si ricavano dalla classica divisione delle potenze dell’anima: intelletto, volontà e amore sono pure alla base dell’analoga triade spesso tirata in ballo in teodicea – il male pone problema non in sé, ma in compresenza con un Dio misericordioso (amore), onnipotente (volontà) e onnisciente (intelletto).
      I giudizî e gli atti umani sono infinitamente più contingenti dell’Assoluto, dunque restano a distanza infinita dall’archetipo divino; tuttavia, per analogia, gli àmbiti sono i medesimi.
      Per l’idea che mi sono fatto della vicenda, l’onestà che manca è quella che per la sua assenza porta il GOSH a evitare il confronto con altre proposte terapeutiche (sono scienziati, no? E allora che hanno da perdere?); nonché quella per cui la politica e la diplomazia si appellano a “ragioni legali” quando si tratta di difendere la vita di un uomo (anzi, di un bambino). Sono affermazioni gravi e gravemente incongrue: si spiegherebbero bene con l’incompetenza dei soggetti che le esternano, ma poiché non sembra che delle evidenze simili possano sfuggire a eminenti dottori bisogna che l’iniquità si ripartisca, con qualche incertezza, tra la mancanza di bontà e la mancanza di onestà. E non a caso l’amore è correttamente interpretato come atto della volontà (nella Bibbia il cuore è la sede della volontà – solo il romanticismo ha potuto porvi lo slavato “sentimento”): essere disonesti implica essere cattivi, e la cattiveria si estrinseca nella disonestà.

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