Ferruccio De Bortoli: forte questo potere!

di Giovanni Marcotullio

Giusto l’altra sera ne parlavo con mio padre: aspettavo l’occasione di comprare un libro de La nave di Teseo, la casa editrice che Umberto Eco fondò con Elisabetta Sgarbi… e di cui vede appena le prime luci. Già l’idea che dei big si mettessero a fare la nave corsara m’intrigava: «Tutto sta – mi dicevo – nel vedere quanti e quali altri grandi diserteranno Mondazzoli per salire su questa triremi d’eccellenza…».

E stamattina mi sono piacevolmente sorpreso a vedere che dopodomani esce per i tipi del La Nave di Teseo il libro Poteri forti (o quasi)2b0c974d-d916-4698-9dca-1604026e81cd.jpg, di Ferruccio De Bortoli. Nell’arco della giornata me ne sono capitati a tiro due estratti promozionali.

Il primo verso le 9, su Lettera 43. Vi si legge un succoso contrappunto ricamato sull’immagine di Renzi:

Renzi ha la leadership nel sangue, la alimenta sin da giovane, ma dà l’impressione costante di non riconoscere radici né di preparare eredità. Nella sua simbologia politica non c’è una storia cui ispirarsi – nemmeno la Dc di La Pira –, non c’è un’eredità da lasciare, di cui farsi carico. C’è lui e basta. Quello che c’era in precedenza è tutto da buttare, la Prima Repubblica, i partiti, il consociativismo – e in parte non si può che dargli ragione –, ma nel Dopoguerra il Paese è diventato, pur con un governo ogni anno, la settima potenza industriale al mondo. Per fortuna, dunque, c’è stato un prima. Qualche merito andrebbe riconosciuto. E, parallelamente, quello che verrà dopo di lui non gli interessa più di tanto.

Il governo Gentiloni è espressione della sua maggioranza, una costola del renzismo. Lo si potrebbe definire un esecutivo su procura renziana. Ma fin dal momento della sua formazione, la preoccupazione di Renzi è stata solo quella di garantirsi una quota di potere personale, esercitabile con i suoi più fidati collaboratori, Maria Elena Boschi e Luca Lotti, non di far sì che il governo retto dal suo ministro degli Esteri, espressione del partito di cui è segretario, sia messo nella condizione di fare il meglio possibile.

È un atteggiamento da statista? Non mi sembra. È quello che ci si aspetta dal segretario del partito di cui è espressione diretta e quasi esclusiva il governo? No, di certo. Del resto nel febbraio del 2014, appena vinte le Primarie contro Cuperlo e Civati per la guida del Pd, il neosegretario mandò all’aria il gabinetto retto da un esponente del suo partito, Enrico Letta. E, non pago, poco dopo bloccherà la nomina dello stesso Letta a presidente del Consiglio europeo.

Quella carica poteva andare a un socialista, ma pur di favorire l’ascesa di Federica Mogherini al ruolo, prestigioso ma secondario, di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Renzi ha rinunciato, favorendo così il popolare polacco Donald Tusk. Letta ai vertici dell’Unione europea sarebbe stato più utile all’Italia – per esempio nella complessa partita bancaria – e prezioso per la stessa famiglia socialista europea.

Le pagine di De Bortoli non promettono solo attualità croccanti e rivelazioni confidenziali (per quanto Renzi che fa minacciare Marco Galluzzo dalla scorta, sotto lo sguardo costernato di Agnese, sia innegabilmente un racconto indimenticabile): nel pomeriggio ho visto che anche il Corriere (e giustamente) anticipava uno stralcio di De Bortoli. Questo passaggio si concentrava più sul settore bancario, sulle privatizzazioni e sull’inizio remoto della crisi:

La privatizzazione di Telecom, nel 1997, può essere considerata un punto di svolta nella storia industriale del paese. Era la condizione per poter entrare nell’Unione monetaria. Il ticket dell’ammissione. Salato. Prevista dall’accordo Andreatta-Van Miert. Il gruppo Agnelli vi partecipò distrattamente, con l’Ifil che ebbe una quota modesta del cosiddetto «nocciolino». Cesare Romiti era favorevole a una maggiore diversificazione del gruppo torinese: «Ma Agnelli voleva concentrarsi sull’auto e la famiglia temeva che fosse un modo attraverso il quale avrei potuto espropriare l’azienda». «Telecom all’epoca era la migliore d’Europa», ricorda Fabiani, «dava lavoro a centomila persone, non aveva debiti, fu la prima a introdurre la fibra ottica». E, aggiungiamo noi, aveva contribuito a rendere l’Italia – insieme alla Omnitel generata dalla Olivetti – il paese europeo più avanzato, competitivo e efficiente nel settore della telefonia cellulare. La designazione del primo presidente della Telecom privata, Gian Mario Rossignolo («un estraneo al business», lo definisce Fabiani), fu la prova della scarsa volontà dei nuovi azionisti, che in totale controllavano solo il 6 per cento. Insomma, dei privatizzatori controvoglia. Con il braccio corto. E scelsero la persona sbagliata.

E sulle banche è saltata fuori la patata bollente – e stavolta l’ambito titolo non va alle more Ruby Rubacuori o Virginia Raggi –: Maria Elena Boschi. Siamo tornati allo stralcio di Lettera 43, e vediamo che De Bortoli riapre una ferita ancora non cicatrizzata:

Libero, diretto allora da Maurizio Belpietro, svelò le frequentazioni di Flavio Carboni e il suo interessamento per i vertici di Banca Etruria.

Il vicepresidente della banca aretina Pierluigi Boschi, padre di Maria Elena, aveva incontrato il faccendiere sardo in un paio di occasioni durante le quali gli avrebbe chiesto consigli su chi mettere alla direzione generale dell’istituto. L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata.

Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere.

Ahi ahi, @meb: non si capisce se sia più strano che qualcuno resista alle tue malie da sirena o che per lunghissimi mesi tu abbia incessantemente ripetuto di non aver mai messo naso nelle vicende di tuo padre. Come dice De Gregori:

[…] altri giurarono e spergiurarono
che non erano mai stati lì.

Ma tu c’eri, a quanto pare. E qui le bugie cominciano a essere tante. E palesi. E allora ripenso a quel giorno che rispondesti tosco more alla grillina che ti dava della massona: non che oggi venga da pensare che tu lo sia, massona, e voglio pure far finta (ma faccio finta, eh!) di pensare ciò che scrive De Bortoli circa l’opportunità di vivere anche in Italia l’aderenza alle logge come «un’affiliazione trasparente a un potere politico». Certo che davanti a questo non ti puoi difendere come hai fatto, con certi post su Facebook:

Perché se fai così, @meb, se ne fai sempre e solo una variazione sul tema della “macchina del fango” sembri Saviano. Una volta tanto il problema non sono i grillini: con la nube tossica che da Pomezia vola su Roma si capisce che questi si attaccherebbero pure agli avvistamenti di Ufo, per cercare di distrarre i cittadini. Ma De Bortoli non è del Movimento 5 Stelle, Ghizzoni neppure e anche se Grillo ha chiesto la tua testa (che c’è, @meb, volevi fare la regina durante la Rottamation e non finire alla ghigliottina?) non è lui oggi il tuo problema. Così diventa difficile crederti, perché da Le vite degli altri abbiamo imparato che quando i nemici della DDR si giustificavano sempre allo stesso modo, usando le medesime parole, e tanto più se lo facevano “a penne basse”, come (per i tuoi standard) stai facendo tu, allora sono veramente colpevoli.

Dev’essere bello e istruttivo, questo libro di De Bortoli: i giornalisti sì, che sono come le galline – quando invecchiano e si liberano di qualche onore, è allora che viene meglio il brodo.

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