Per una Chiesa in missione (virile)

di Giovanni Marcotullio

È così bella, l’ondata di reazioni ai tre colloquî che compongono l’intervista a “Marta” (la puttana, la bambina e l’Illuso), e ha così colpito anche la lettera (molto intima) che ha voluto scriverle in risposta “Susanna”, da farmi giudicare opportuno dare qualche spiegazione e fare alcune considerazioni.

Anzitutto le spiegazioni: la prima sul criterio. Non pubblico storie lubriche, non indulgo al particolare morboso, non fomento pruriti malsani. Ho raccontato e ospitato storie di peccato, ma parlando sempre di redenzione. In tutte le millemila pagine dei Miserabili mai Hugo cede alla facile tentazione di dettagliare i turpi mercati di Fantine o di altri personaggî. E sì che da narratore onnisciente gli sarebbe venuto facilissimo: in un intreccio così lungo e complesso non sarebbero certo mancate le occasioni – l’effetto, poi, era garantito. Ma chi ha in mente un progetto sublime – quale la magnificazione della misericordia nella filigrana della storia dell’umanità miserabile – non può perdere tempo a involtolarsi nel brago. Una lezione ancora disattesa da troppi pennivendoli che usurpano oggi il titolo di “scrittore”, e che non sanno scrivere dieci pagine senza piazzarvi una volgarità, una sconcezza, un trucchetto pornografico di bassa lega.

La seconda spiegazione, in parte già data, va sul fine: il fine è l’utilità. Questa parola che un certo mix di estetismo e di platonismo di terza mano ci ha indotti a disprezzare e svalutare. Mi piace ricordare – e in questi giorni ci sto riflettendo molto, per lavoro – che l’immenso Origene considerava “l’utile” uno dei criterî di supremo discernimento teologico. Anche il più canonico Tommaso d’Aquino, del resto, annoverava la sacra doctrina tra le scienze pratiche, e non tra le più blasonate scienze teoretiche. Per un motivo imparentato con questo. Ma torniamo a noi: che vuol dire che il fine di certi post è l’utilità? Proprio ciò che grazie a Dio è accaduto: moltissime persone si sono commosse, a leggere i racconti di “Marta” e di “Susanna”, e hanno specchiato le proprie storie nelle loro, e tutte quante si sono riflesse in testi antichi e nobili come il capitolo 16 di Ezechiele. Fino agli anni ’80 del Novecento, “Ezechiele” era il cattivo della storia dei Tre porcellini; dagli anni ’90 in qua è “quello della citazione di Pulp Fiction”. Un Carneade fortunato, questo Ezechiele, via… Ma il suo testo è misterioso – e perciò profetico – perché cuori dal Sitz im-Leben incomparabile con quello del Profeta vi rintracciano la propria esperienza. E sciolgono in un pianto liberatorio le proprie angosce. Questo è utile. Scoprire che lo stesso è accaduto anche ad altri è molto utile, perché fa Chiesa. Cioè dimostra che la salvezza riguarda sì l’individuo, ma non è mai destinata a restare un fatto privato.

Viceversa, una simile testimonianza non è da tutti né la si può fare in ogni momento: Paolo stesso scrive la sua furibonda Lettera ai Galati ricordando che non si è messo a predicare appena ha capito come stavano veramente le cose.

Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Pietro, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mento.

(Gal 1,13-20)

Arriviamo quindi alle considerazioni. L’elemento centrale – tanto in Ezechiele e in Paolo quanto in “Marta” e “Susanna” – è la grazia di Dio che si manifesta per tutti in Cristo (anche per il primo dei quattro, che visse a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C., perché ogni mediazione tra Dio e gli uomini appartiene a Gesù, Figlio eterno del Padre). Questo punto va ribadito con la massima nettezza, nel modo più chiaro. Una lettrice del blog (una persona che mi onora con la sua attenzione alle mie ricerche e al mio lavoro) mi ha scritto stamane che la lettera di “Susanna” le aveva fatto cominciare bene la giornata:

[…] una storia segnata da scelte distruttive, da cui viene fuori recuperando la bellezza della vita alimentata dall’amore.

Tutto vero, ma terribilmente inutile, così, – perché troppo parziale – senza il riferimento chiaro ed esplicito a Cristo e al suo intervento redentore. Il cristianesimo è la vera religione (come indicava una volta il titolo di un utile trattato teologico) perché funziona. Molto semplicemente e pragmaticamente. Il titolo di Gesù non è anzitutto “Dio” – perché “Dio” possono essere in tanti, vallo a sapere! – ma “Salvatore”, perché salva; “Redentore”, perché redime; “Mediatore”, perché media; “Liberatore”, perché libera. Così allo stesso modo Gesù definisce lo Spirito “un altro Consolatore”, perché consola (e perché egli stesso è il primo consolatore), e noi lo riconosciamo come “il Santificatore” perché ci santifica. Il cristianesimo, grazie a Dio, è religione pragmatica: ha da portare l’uomo a Dio, non può disperdersi in logomachie da accademia. È la vera religione, il cristianesimo, semplicemente perché funziona.

Lo ha detto nei giorni scorsi Amr Adib, uno dei giornalisti musulmani più noti d’Egitto, commentando le parole di perdono della vedova di Nazím Al-Fayim, custode della cattedrale di Alessandria ucciso la domenica delle palme nel tentativo di sventare l’ennesimo attentato contro la comunità copta.

 Non sono arrabbiata con chi ha ucciso mio marito, e mi rivolgo proprio a lui: «Possa il Signore concederti il perdono. Figlio mio, credimi: stai sbagliando. Mio marito non c’è più, ma io chiedo a Dio di avere misericordia. Riflettete: quello che state facendo è giusto o sbagliato? Non vi abbiamo fatto nulla di male. Credetemi, vi perdono: avete portato mio marito in un posto che non avrei mai nemmeno potuto sognare. Credetemi: io sono fiera di lui e avrei voluto essere lì al suo fianco. E vi ringrazio».

I cristiani copti sono d’acciaio. Da centinaia di anni sopportano atrocità e disastri, e amano profondamente questa terra. Sopportano di tutto per la salvezza di questa nazione. Ma soprattutto, quanto è grande la capacità di perdono che avete! Se i vostri nemici sapessero non ci crederebbero! Se fosse stato mio padre, non avrei mai potuto dirlo! Questa è la loro fede! Questa è la loro religione! Questa gente è fatta di una sostanza diversa. Nazím è un eroe, un martire, un grande esempio per tutti noi, per tutti quelli che stanno seduti e criticano senza far nulla per il Paese. L’Egitto va avanti grazie alla pazienza, alla perseveranza e alla resistenza di questa grande donna e dei suoi figli, in cui vive ancora il padre. Cresciuti per essere veri uomini.

Ecco, nessun teologo cristiano potrebbe dire l’essenza del cristianesimo meglio di quanto abbia fatto questo giornalista musulmano, e personalmente trovo provvidenziale che il viaggio del Santo Padre in Egitto, in corso oggi e domani, sia stato preparato proprio da momenti informativi e comunicativi come questo.

In ultimo, ieri qualcuno mi ha pure chiesto conto del post della mia amica Costanza che biasimava l’accostamento di Gesù al Buddha, fatto dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (il quale non è un Concilio ecumenico, non è neppure il Santo Padre e molto più dei primi due è soggetto all’ordinaria fallibilità di tutti) in occasione degli “augurî di Vesakh”:

Ma che è, la Justice League tipo quando i supereroi si sono uniti? Superman, Wonder Woman e Batman? Che, Gesù da solo non bastava? Ma ci crediamo almeno noi, almeno i Pontifici Consigli, che Dio è solo uno, Padre, Figlio e Spirito Santo? O ci mettiamo alla finestra ad aspettare, tante volte arrivasse il Grande Cocomero che ci dia una parola definitiva? Gesù e Buddha non hanno proposto nessuna via della nonviolenza semplicemente perché non c’è una via della nonviolenza, che brutta parola. C’è la via di Cristo, che è la Via. Se stiamo attaccati a lui abbiamo una qualche speranza di non essere violenti, falsi, doppi, avidi, vendicativi, dispotici, iracondi, cioè come siamo tutti noi nella nostra parte puramente animale, cioè quella umana senza Dio.

Sacrosanta verità, e se può non piacere la foga di certe esternazioni si deve perlomeno ammettere che sono sostanzialmente ineccepibili. Ma facciamolo spiegare da un teologo cattolico di provata ortodossia – da uno che a L’essenza del cristianesimo ha dedicato pure un libro (a scuola si studia Feuerbach, il quale però del cristianesimo sapeva meno di un milionesimo di quello che sapeva Guardini):

C’è una sola persona che potrebbe far sorgere l’idea di collocarla accanto a Gesù: Buddha. Quest’uomo costituisce un gran mistero. Egli se ne sta in una libertà terribile, quasi sovrumana, e nel contempo possiede una bontà potente come una forza cosmica. Forse Buddha sarà l’ultimo con cui il cristianesimo deve confrontarsi. Che cosa egli rappresenti dal punto di vista cristiano non lo ha ancora detto nessuno. Forse Cristo non ha avuto soltanto un precursore nell’Antico Testamento, Giovanni, l’ultimo dei profeti, ma ne ha avuto uno anche nel cuore dell’antica cultura, Socrate, e un terzo, che ha pronunciato l’ultima parola della conoscenza e dell’ascetismo religioso orientale, Buddha. Egli è libero, ma la sua libertà non è quella di Cristo. Forse non è che la conoscenza ultima e terribilmente liberatrice della vanità del mondo decaduto. La libertà di Cristo invece promana dal suo radicarsi completo nell’amore di Dio; la sua disposizione è la volontà, grave come quella di Dio, di salvare il mondo.

Romano Guardini, Le Seigneur, I, Paris 1946, 346
(A comprova della vacuità di certo pensiero “cattolico”, si noti che la prima edizione italiana, del 1949, ha soppresso questo passaggio e un altro dello stesso capitolo, in cui pure si parlava del Buddha)

Dunque, premesso che Guccini e Gabbani ci hanno insegnato a sorridere dell’Occidentalis Karma, nonché a dire Addio

alle magie di moda delle religioni orientali,
che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero […]

dobbiamo proseguire con la chiosa definitiva di Guardini: il Buddha non pretese mai di essere la Via, ma solo di averla percorsa e di indicarla. La prima cosa è teoricamente possibile a lui come la fu per i profeti; la seconda cosa farebbe di lui, per l’appunto, un profeta di Cristo.

Non si sminuisce nessuno nel dare compimento all’incompiuto: questo dovrebbe ricordarsi una certa Chiesa rincretinitasi nel nuovo comandamento di “fare ponti” – e fare ponti sarebbe una cosa sacrosanta, posto che si conosca bene la distanza tra le due rive, altrimenti staremmo al puro esercizio retorico. Ancora più ridicolo che inutile.

Parlavo tempo fa con un’amica non credente, la quale concordava con me nel vedere un’analogia tra il crollo della virilità maschile, nella nostra epoca, e la reticenza di certa Chiesa a parlare di missione (grazie a Dio c’è sempre chi la fa, la missione, e le chiacchiere stanno a zero). La Chiesa è madre ed è vergine, e in quanto tale è femmina: fa benissimo il Santo Padre a ricordarcelo, (anche) perché il genio femminile deve ancora ricevere il proprio posto al suo interno… ma la Chiesa è pure il corpo di Cristo, che è sposo ed è celibe, e in quanto tale è maschio: già la gnostica Epistola a Flora raccomandava di «non rompere la sizigia», cioè di non separare e di non confondere nella Chiesa gli archetipi femminili e quelli maschili. E invece noi oggi stiamo a pensare che il femminino possa fecondare e impediamo perciò al mascolino di rendere fecondo. Stiamo freschi ad aspettare: sfido che poi ci troviamo ad applaudire l’ingresso dell’Arabia Saudita nella commissione Onu per il rispetto dei diritti delle donne. La nostra cultura si è castrata e, avendo mascolinizzato le donne, ha virilizzato gli uomini: non possiamo però essere tanto cretini da illuderci che presentandoci in modo complessivamente effeminato-ma-infecondo a una cultura mascolina-e-aggressiva la convinceremo ad ammansirsi. Ma dovrà accadere qualcosa perché torniamo a capire quel basilare principio maschio-femmina che tiene in piedi la sedia, il tavolo e il computer dal quale proiettiamo le nostre chimere nel web.

La Chiesa ha la sua parte di responsabilità, in questo – quia peccavit nimis, lo ripete ogni giorno battendosi il petto: cogitatione, verbo, opere et omissione. Se non osa annunciare il Vangelo con franchezza apostolica, essa risulta virile quanto un giovanotto impomatato che vada in discoteca, punti una bella ragazza, le offra da bere e stia a conversare con lei tutta la sera, salvo poi, sul più bello, alzarsi in piedi e prendere congedo dicendo: «Bene, è stata una bellissima serata: grazie e augurî per tutto!».

Non la sta rispettando, come pensa: la sta offendendo.

3 pensieri su “Per una Chiesa in missione (virile)

  1. don Fabio Bartoli ha detto:

    Onestamente mi è sembrato un po’ forzato l’accostamento tra l’articolo di Costanza e tutto il resto.
    Condivido il tema generale del tuo articolo e anzi lo appoggio in pieno, ma secondo me in quel caso Costanza, con tutto il bene che le voglio, ha preso una brutta toppa. Cos’altro dovrebbe fare il pontificio consiglio per il dialogo interreligioso se non dialogare con le altre religioni? E il dialogo, che io sappia, non si fa andando a spiattellare la verità rivelata in faccia alla gente, ma piuttosto cercando e sottolinenando i valori comuni, che certo con il Buddismo non mancano (io dico sempre che se non avessi incontrato Cristo sarei buddista).
    Non è mostrando i muscoli teologici che si convertono i cuori, ma con l’amore. Certo, un amore virile, non dico di no, cioè pronto al sacrificio, proprio come quello dei martiri copti che tu ricordi, ma comunque amore. Non penso proprio che qualcuno di quei copti andasse in piazza, magari di Ramadan, a cercare di convertire gente a forza.
    Ci vuole spesso molta più virilità per restare lì dove siamo (e certi uffici o certi ambienti nella nostra laicissima europa sono intolleranti quanto la Ummah, lo sappiamo bene), sopportando l’insulto e la derisione, ma senza pretendere di imporre se stessi, che per trincerarsi dietro tutto sommato comode barricate dove io mi posso sentire a casa mia, comodo, confrontandomi sempre con i miei amici che conosco e mi vogliono bene.
    Può essere confortante ribadire con forza la verità rivelata, è rassicurante, ci fa sentire nel giusto, ma è utile (per usare il tuo linguaggio)? Ovvero serve davvero a convertire i cuori? Permettimi di dubitarne. Certo, la verità va detta, ma non deve mai essere disgiunta dalla sim-patia, cioè dalla affermazione contestuale del bene che già vive nell’altro, altrimenti si ricade sempre nel giudizio.
    Il paradigma, come ricordava Paolo VI nell’allocuzione finale al Concilio Vaticano II, è sempre quello del buon samaritano.

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  2. Elisabetta Cipriani ha detto:

    Chissà cosa direbbero Guccini, Guardini e non so chi altri di questo passo di Chesterton che a me sembra scandalosamente attuale (è del 1908): “Il buddismo è centripeto, il cristianesimo è centrifugo: esso erompe. Il cerchio è, per sua natura, infinito e perfetto, ma resta fissato nelle sue dimensioni: non può essere più grande né più piccolo. La croce, che ha nel proprio centro una collisione e una contraddizione, può stendere le sue quattro braccia all’infinito senza alterare la sua forma. Il cerchio ritorna su se stesso ed è chiuso. La croce apre le sue braccia ai quattro venti, è un segnale indicatore per i viaggiatori in libertà. (…)
    Nietzsche dà la scalata alle montagne più dirupate, ma si ritrova nel Tibet. Si asside accanto a Tolstoj fra il nichilismo e il nirvana. Entrambi senza speranza, perché uno non deve prendere niente, l’altro perché niente deve lasciare. Il volere del tolstojano è reso frigido da un istinto buddista che ogni azione determinata sia male, il volere del nietzschano è ugualmente immobilizzato dalla sua stessa idea che ogni azione determinata sia bene, giacché se ogni azione è bene nessuna azione si distingue da un’altra. Sono fermi, l’uno e l’altro, a un crocevia, dove l’uno rifiuta tutte le strade e all’altro invece piacciono tutte. La conclusione non è difficile da immaginarsi: rimangono fermi al crocevia”.

    Il blocco dell’intelletto e della volontà cui si assiste sempre più spesso in Occidente, e sempre più nelle giovani generazioni, ha anche questo imprinting buddistico-nicciano: tutto vale, ovvero nulla vale, perciò resto fermo al palo. Tutto ha significato, ovvero nulla significa. E nel dialogo tra la croce e il cerchio, pur nella necessaria empatia per l’altro senza la quale non si dà relazione (senza la quale si tradirebbe la natura stessa della croce che abbraccia), questa distinzione salutare non va dimenticata.

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