Jean Mercier e quel “don Camillo” di cui avevamo bisogno

di Giovanni Marcotullio

Mentre leggevo Monsieur le curé fait sa crise, di Jean Mercier, mi si imponeva viva l’immagine di Antonio Canova che febbricitava per il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino: pare che lo abbiano sentito affermare che avrebbe volentieri rinunciato a dieci anni di vita, per esserne l’autore. Ora, poiché io non sono Antonio Canova e neppure il saporitissimo conte spirituel di Mercier è il Cristo Velato di Sanmartino, tanto vale che non mi impegni sulla decade. Diciamo però che dieci gite in moto le avrei volentieri barattate, non tanto per l’onore di aver scritto quel romanzo, quanto per quello di tradurlo.1_1.jpg

Ohimè, sono arrivato tardi: le edizioni San Paolo avevano già acquisito i diritti di traduzione e, anzi, ho trovato la loro macchina editoriale già quasi in procinto di sfornare la traduzione italiana – che sarà nelle librerie per il mese di giugno (col titolo “Il signor parroco dà di matto”). Pazienza, dovevo saperlo che il Canova mi si parava innanzi come infausto presagio: anche lui sperava di potersi comprare il Cristo Velato, ma niente, dovette andarsene via a bocca asciutta. Come me.

Anzi, a pensarci bene io non me ne vado castigato come lo scultore di Possagno: mi resta pur sempre la gioia di salutare un’opera letteraria che potrà fare molto bene al nostro dibattito ecclesiale; e se a questo giro mi vengono negati i privilegî del cartografo mi resta pur sempre l’onore di essere tra le prime vedette ad avvistare l’affiorare della terra nuova. Così su Aleteia ho scritto:

Vi si ritroveranno i sacerdoti, che si vedranno raccontare da un laico lo spaesamento in cui una certa psicopolizia sessantottina, sotto i veli del mitologico “spirito del Concilio”, ancora vorrebbe relegarli; vi si ritroveranno i vescovi, che hanno cessato di essere signori locali ma che, poiché non sono (ancora) diventati quei pastori eminenti proclamati dalla Christus Dominus, si s-contentano di galleggiare nel mantenimento di un non meglio precisabile status quo; vi si ritroveranno gli operatori pastorali tutti, che vedono l’actuosa participatio del Vaticano II incarnarsi mostruosamente nella loro larvata clericalizzazione; e vi si riconosceranno tutti i laici che sempre più scambiano la vita del cattolico impegnato con l’impegno autoassunto di dare ogni giorno pagelle di cattolicità dal Papa in giù.

Soprattutto, però – ma questo starà in larga parte nelle capacità promozionali dell’editrice italiana – sarà data a molti l’occasione di scoprire l’essenza del cristianesimo, il cuore della proposta della Chiesa, ciò che in termini desueti e forse respingenti si direbbe “l’Evangelo”. Certo, la cultura in cui tutti siamo immersi è indifferente e spietata. Lo sappiamo, ma Mercier ha il merito di ricordarci con queste sue pagine delicate che essa è tale perché nessuno ha mai versato «sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino delle speranza» (Prefazio comune VIII).

E già oggi, su questo stesso blog e non solo, pubblico la (mia) traduzione di un passaggio del libro di rara delicatezza: sono le parole con cui un’anziana donna, che per mezza vita si è prostituita e per un’altra metà si è nascosta allo sguardo altrui e proprio, spiega a una più giovane signora (la quale a sua volta le chiede le sue ragioni ma non le rivela di essere nata ella stessa da prostituzione!) perché passi tante ore in silenzio davanti al tabernacolo.

Lungi dal voler negare la complessità della realtà contemporanea rifugiandosi in ricettine semplicistiche, il romanzo di Mercier propone però una semplificazione di tante strutture ecclesiali pleonastiche, lo snellimento di molte procedure tautologiche. La semplicità evangelica è il segreto patente di questa formula, e in questo suo cuore essenziale il contesto italiano non dovrebbe differire troppo da quello francese. Il libro di Mercier è rapidamente divenuto un caso editoriale, Oltralpe; quanto bene potrebbe fare, se lo divenisse presto anche da noi…

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