Verso la Passione (e oltre)… col Belli

di Giuseppe Gioacchino Belli

Sor don Tobbía, ma cche vvor dí che cquannoIMG_3806.jpg
entra la sittimana de Passione
voantri preti fate sta funzione
d’aricoprí le crosce cor un panno?

Tenete Ggesucristo tutto l’anno
sopr’a cquer zanto leggno a ppennolone,
e mmó che ssaría frutto de staggione
ve sciannate a ppijjà ttutto st’affanno?

Si Ggesucristo more, poverello,
che cc’entra quelo straccio pavonazzo
che jje sce fate fà a nnisconnarello?

Zitto, nun ho bbisoggno de sapello.
Questo vor dí cche nun avete un cazzo
da penzà, ppreti mii, for c’ar budello.

(Er copre-e-scopre, 29 marzo 1834)


Il Belli è sempre lui, bisogna prenderlo così com’è.

Poiché invece a noi interessa conoscere le ragioni dei tempi liturgici, lascio qui un approfondimento per chi si fosse interrogato in merito ma non avesse mai chiesto il perché dei veli sulle croci in settimana santa. E già che ci siamo aggiungo un secondo sonetto del Belli, proprio sui riti della Settimana Santa.

(G.M.)


di Giuseppe Gioacchino Belli

Io sempre avevo inteso predica’
cch’er Ziggnore era morto un venardí,
e cche ddoppo tre ggiorni che mmorí
vorze a ccommido suo risusscità.

Com’è st’istoria? E adesso vedo cqua
schiaffallo in zepportura er giuveddí,
e ’r giorn’appresso lo vedo ariarzà
sopr’a la crosce e aripiantallo llí!

E ’r zabbit’ a mmatina, animo, sú:
s’arileva a l’artari er zabbijjè,
se canta er Grolia, e nnun ze piaggne ppiú.

Queste sò ttutte bbuggere c’a mmé
me pareno ’resíe, perché o nun fu
ccome se disce, o ss’ha da fa’ ccom’è.

(La funzione de’ la sittimana-santa, 29 marzo 1834)


Irriverente, sì, ma aveva ragione da vendere: per ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare qui, fino alla riforma liturgica seguita al Vaticano II la veglia pasquale si faceva davvero la mattina del sabato santo (e ancora oggi, quasi ovunque, l’altare della reposizione viene ostinatamente chiamato “il sepolcro”). Si capisce che una qualunque persona logica e consecutiva, benché forse non piena di senso liturgico, si avvedeva dell’incongruenza di quei riti, ovvero dell’opacità di segni che da principio dovevano essere autoevidenti. Come ci si era arrivati? In tanti modi, nel corso dei secoli. L’antidoto migliore a certe degenerazioni – che sempre tendono a riproporsi – è cercare costantemente di sviluppare un’intelligenza teorica e pratica delle azioni liturgiche.08q-Belli

Il triduo santo, con la ricchezza dei suoi simboli, è un ottimo momento per ripartire con migliore consapevolezza. Poiché a quest’ora molti preti avranno da poco terminato la Messa Crismale, poi, e per chiedere scusa dell’irriverente ultima terzina del primo sonetto, allego un terzo sonetto, che nell’ultima terzina magnifica (scherzosamente) la grande esclusività del mistero eucaristico nel depositum fidei cattolico.

(G.M.)


di Giuseppe Gioacchino Belli

Quante mai riliggione ce so’ state
da sì che monno è monno, e ce ponn’èsse’,
cristiani mii, so’ tutte buggiarate
da nun dàje un quadrin de callalesse.

Tutte ’ste fregne, com’ha detto er frate,
s’annaveno a fa’ fòtte’ da se stesse,
quann’anche Iddio nu l’avessi fregate
co’ ’na radice che se chiama Ajesse.

Noi soli sêmo li credenti veri,
perché credemo ar Papa, e ’r Papa poi
ce spiega tutto chiaro in du’ misteri.

L’avvanti er Turco, l’avvanti er Giudio
un’antra riliggione come noi,
da potesse magna’ Domminiddio!

(La riliggione vera, 12 gennaio 1833)


E se oltre a pregare per i nostri sacerdoti, in questo giorno santo, ci scappa anche una requiem æternam per il Belli, che maturando (aveva 42-43 anni, quando compose questi tre sonetti) comprese tante di quelle cose che da giovane aveva irriso, nessuno se ne avrà a male. Buon Triduo e Santa Pasqua a tutti.

(G.M.)

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