La domenica delle salme

di Claudia Cirami

Arbor decora et fulgida,
ornata regis purpura,
electa digno stipite
tam sancta membra tangere!

[O splendido e radioso albero,
ornato di porpora regale,
legno giudicato degno
di toccare membra tanto sante!]

(Vexilla Regis, Venanzio Fortunato)

Morti e feriti al posto di palme e voci osannanti. Attraverso il sacrificio dei fratelli copti, colpiti ferocemente nella Domenica appena trascorsa, ci è stato ricordato – in modo doloroso – che il mysterium iniquitatis, su cui non smetteremo di interrogarci finché siamo in vita, coesiste con la bellezza di quegli attimi di Paradiso che sperimentiamo sulla terra quando glorifichiamo Dio, amiamo, ci adoperiamo per gli altri, ridiamo, assaporiamo la dolcezza di momenti di purezza che sembrano perfetti. Quando ci sembra di essere – anche se, ogni volta, per pochissimo tempo – già parte di quell’Eternità a cui aspiriamo. Non capiremo mai perché in una domenica gioiosa qualcuno si faccia portatore volontario di morte. Eppure, proprio quel giorno, nella Domenica delle Palme, la liturgia ci offre un’indicazione, facendoci scorgere, all’interno della stessa celebrazione, come nel cuore dell’uomo possano coabitare sentimenti contraddittori e lo stesso popolo che accoglie Gesù in festa ne chiederà presto, a gran voce, la crocifissione. Rifiutando la Grazia, siamo potenziali mostruosità che camminano:

Poiché è per grazia che siamo salvati ed è ancora per grazia che le nostre opere possono portare frutto per la vita eterna

(Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1697)

Per questo motivo Papa Francesco ha pregato perché Dio converta il cuore di questi uomini. Quello che è accaduto, però, non è solo un’esemplificazione del mysterium iniquitatis. È un rimando, molto forte, alla Pasqua che celebreremo tra pochi giorni. Il teologo francese De Lubac lo esprimeva in questi termini:

Qualunque sia il terreno su cui l’abbia portato la sua riflessione, il cristiano è sempre condotto, come da un peso naturale, alla contemplazione della Croce. Tutto il mistero di Cristo è un mistero di Risurrezione, ma è anche un mistero di morte. L’uno non esiste senza l’altro e una medesima parola li esprime: la Pasqua.

(H. De Lubac, Cattolicismo. Gli aspetti sociali del dogma).

Non si può fare teologia spicciola davanti a brandelli di carne su un pavimento. Questo accenno al Mistero Pasquale ci permette, però, di andare oltre: ne abbiamo bisogno per non perdere di vista il significato misterioso di quello che si è consumato ieri davanti a noi. Perché il rischio, se ci fermiamo ai soli fatti, è di finire assuefatti alle nuove (e già passate perché prive di sguardo verticale) liturgie mondane, con le loro coperte di lumini e mazzi di fiori sopra i marciapiedi; con le loro pseudo-preghiere che ripetono “il terrorismo non ci fermerà”; “non ci lasceremo intimidire”; con i loro ministri del profanissimo culto della dea Risposta Inconsistente ad officiare, nei loro abiti istituzionali, ripetitive, incomprensibili, e, va da sé, adeguate celebrazioni – quindi inconsistenti anch’esse – ad una simile divinità.

Mentre un’altra macchia di sangue si è allargata su un pavimento o sull’asfalto.

Ma quel rimando al Mistero Pasquale, proprio all’arrivo della Settimana Santa, ridona il senso profondo del significato di questo nostro passaggio sulla terra, restituendoci la portata teologica dell’accanimento satanico contro i cristiani, ma anche dell’accanimento del male contro l’uomo vivente che – come diceva Ireneo – è gloria di Dio. Già padre Jacques Hamel, con la sua morte, lo aveva testimoniato: di fronte ai suoi carnefici, aveva chiamato per nome il nemico, il vero nemico: «Vattene satana». Quel nemico che era tornato per mettere a morte il Cristo al «momento fissato» (Lc 4,13).

L’assassinio dei fratelli copti, come quello di padre Hamel, non è certo vano: Tertulliano avrebbe detto – è noto – che la Chiesa si rinnova con il sangue dei martiri. Nuovi cristiani nasceranno e pregheranno anche per quelli che li hanno preceduti. Il Cristo che muore sulla Croce ieri moriva con i nostri fratelli copti. Quella palma insanguinata a forma di Croce è più di una foto riuscita: è la Croce stessa che richiama a sé i nostri sguardi e cuori distratti. Ma questi fratelli sono anche già associati alla Sua Risurrezione. I cristiani non hanno risposte facili, solo una certezza: Lui ha vinto la morte. E questa, tanto enigmaticamente quanto autenticamente, è verità che nemmeno una bomba micidiale o un camion che si abbatte violentissimo potrà fare a pezzi.

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