Miseria e ragioni del populismo

di Emiliano Fumaneri

Se c’è un tema che tiene banco sul mercato della politica è quello del populismo. Dopo la sbornia delle elezioni Usa, ora anche la Francia è in piena fibrillazione per le imminenti presidenziali (tra meno di venti giorni il primo turno elettorale).

Sul giornale elettronico «Causeur» è apparsa una densa analisi del «momento populista» firmata dall’eclettico romanziere Jean-Paul Brighelli, già noto ai lettori di questo blog. Nel suo articolo Brighelli prende le mosse dall’ultimo saggio del controverso pensatore Alain de Benoist, intitolato appunto Le Moment populiste.

In un passato nemmeno troppo lontano, ricorda Brighelli, il termine «populismo» veniva associato al «poujadismo», il movimento qualunquista, antifiscale e piccolo borghese nato negli anni ’50 su iniziativa del sindacalista Pierre Poujade (1920-2003). Il populismo di Poujade era essenzialmente la traduzione politica di quello che oggi chiameremmo «consumerismo»: una sorta di partito-sindacato del cittadino medio che si prefiggeva di dare voce alla rivolta dell’«uomo qualunque» (la forma assunta dal populismo in Italia col movimento capeggiato dal giornalista Guglielmo Giannini) contro la fiscalità arbitraria dello «stato vampiro», la prepotenza dei cartelli e la corruzione della politica.

Ma oggi c’è in gioco qualcosa di più della semplice difesa del commercio di burro, uova e formaggi. Sì, perché da almeno dodici anni – è questa la tesi di Benoist – è sorto un populismo new style, in cui la sfiducia nei partiti tradizionali nasce da ragioni più radicali delle rivendicazioni dei piccoli commercianti. Questo populismo del nuovo millennio nasce come reazione al potere di una oligarchia che ha omologato la destra e la sinistra dell’arco elettorale.

In Francia, sostiene Benoist, l’atto di nascita di questa nuova oligarchia – una élite trasnazionale, europea, andata a sovrapporsi alle vecchie élite nazionali – deve essere considerato il referendum sulla Costituzione europea del 2005, dove la vittoria del «no» venne confiscata dal fronte unito della destra e della sinistra. La «Frexit», che avrebbe mandato all’aria il progetto di una costituzione europea (ad affossarla sarebbe bastata la mancata ratificazione di uno degli stati membri), fu aggirata dai governi europei che si affrettarono a far votare una brutta copia dei trattati di Maastricht e di Roma. Nasce così nel 2007 il trattato di Lisbona, che neutralizza il referendum francese.

Il voto antisistema del 2005 era nell’aria già durante le elezioni politiche del 2002. Se sommiamo infatti il 16,86% di Jean-Marie Le Pen, già poujadista della prima ora, al 2,34% di Bruno Mégretm al 4,23% di Jean Saint-Josse e al 5,33% de Jean-Pierre Chevènement, abbiamo circa un 30% di voti andati a movimenti politici estranei al monopolio dei due partiti tradizionali che da più di quarant’anni governano la Francia.

È all’incirca in quello stesso periodo che cominciano a circolare espressioni come UMPS, un neologismo – coniato pare proprio da Le Pen – che intendono alludere all’intercambiabilità dei due maggiori partiti francesi: l’UMP (Unione per un movimento popolare, ora diventato il partito dei Repubblicani) e il PS, cioè il Partito socialista. Un po’ come accade in Italia con Renzusconi.

«La destra ha abbandonato la nazione, la sinistra ha abbandonato il popolo», afferma Benoist. Ciò che più preoccupa è il fatto che la nuova oligarchia nata dalle ceneri della «vecchia politica» sembra voler mettere in pratica il suggerimento di un celebre poema di Brecht, Die Lösung («la soluzione»):

Dopo la rivolta del 17 giugno
il segretario dell’Unione degli scrittori
fece distribuire nella Stalinallee dei volantini
sui quali si poteva leggere che il popolo
si era giocata la fiducia del governo
e la poteva riconquistare soltanto
raddoppiando il lavoro. Non sarebbe
più semplice, allora, che il governo
sciogliesse il popolo e ne eleggesse un altro?

Appare chiaro che il populismo di nuova marca nasce dall’assenza di alternative. Poco a che fare, se non marginalmente, con Pojuade o Giannini. E poco a che vedere anche col revanscismo degli anni Trenta e la sua assillante ricerca di capri espiatori (il Trattato di Versailles, gli ebrei, i massoni, ecc.) che avrebbe alimentato lo stato d’animo propizio alla mistica nazionalsocialista del “salvatore”.

Con ogni evidenza, è al populismo come messianismo politico che ha fatto riferimento papa Francesco nella sua intervista al settimanale tedesco “Die Zeit”, dove riecheggia l’antica polemica antinazista di uno dei pensatori più amati dal pontefice argentino, vale a dire Romano Guardini. [1]

Hillary Clinton con John Podesta, esperto del “soft power” tipico delle oligarchie dominanti

Il nuovo populismo del XXI secolo è piuttosto un prodotto della “postdemocrazia”. Secondo Colin Crouch, il sociologo che ha coniato il termine, la postdemocrazia è una degenerazione della democrazia nella quale

anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito culturale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici.

(Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 7)

Nella postdemocrazia si restringono gli spazi della partecipazione attiva da parte della cittadinanza. Ogni potere (economico, politico, mediatico) è confiscato da una sussiegosa minoranza di «eletti» che non perde occasione di manifestare il proprio disprezzo per la “common decency” tanto cara a George Orwell (e rilanciata ai tempi nostri dal pensatore anti-liberale Jean-Claude Michéa).

Ma che cosa è esattamente la“common decency”? È semplicemente un sinonimo di “senso comune”, vale a dire quella forma di conoscenza “volgare” (cioè popolare) che ci dice – in maniera intuitiva e spontanea, anche grezza se vogliamo, ma non per questo inautentica – come dovrebbero andare le cose in una società a misura d’uomo. C’è una soglia minima di civiltà sotto la quale la società diventa “indecente”. Una soglia che viene abbattuta nel momento stesso in cui il desiderio individuale diventa la misura di tutte le cose. Allora le solidarietà naturali che si esprimono nella «decenza comune» vengono aggredite con ferocia.

Gli esempi di questa brutale aggressione si moltiplicano sotto i nostri occhi ormai a cadenza giornaliera. L’indecenza trionfa quando gli esseri umani diventano oggetti di compravendita (con l’utero in affitto), di manipolazione (con la manipolazione genetica), di scarto (con l’eutanasia e l’aborto) o di consumo (con la prostituzione). La stessa sorte tocca alle attività fondamentali dell’uomo: col lavoro che diventa merce (con la precarizzazione indotta dalla «voucherizzazione» del lavoro), con la scuola che diventa luogo di indottrinamento e non di trasmissione dei saperi essenziali (attraverso l’educazione di «genere» che si accompagna a un «insegnamento dell’ignoranza» sempre più preoccupante). E si potrebbe continuare all’infinito.

Nella misura in cui avanza l’indecenza si realizza la consunzione del paesaggio morale (oltre che economico e sociale) del nostro mondo, con un degrado sempre più tangibile. E la responsabilità di una simile degenerazione va imputata in primo luogo alla dissoluzione dei costumi patrocinata dalla nuova oligarchia al potere.

Il popolo sta male ma fatica a capire la causa del suo male. Percepisce, istintivamente, l’opacità della politica. Ma dopo decenni di dittatura del desiderio è debole la coscienza delle cause del male, che si annidano nell’ideologia del godimento illimitato diffusa dalle élite per trasformare il «popolo» in «massa», cioè in «materiale sociale» da plasmare agevolmente in conformità ai desiderata dei potentati economici. Non basta il cattivo umore della pancia se ad essere malato è il cuore.

Il peccato originale sta nei presupposti stessi dell’ideologia liberale dominante: il materialismo e l’indvidualismo. Come ha mostrato Michel Schooyans, dal liberalismo discende anche la «cultura della paura», il tipico prodotto di una mentalità egoista ossessionata dal timore di perdere il proprio benessere economico. Così il popolo in via di massificazione pensa di salvarsi chiudendosi in se stesso e respingendo tutto ciò che potrebbe minacciare la sua «roba».

È sul terreno della paura per la perdita delle sicurezze materiali che fioriscono le «identità armate» e la ricerca di un «sovrano» al quale hobbesianamente sottomettersi. Inutile dire che le «strategie della paura» sono la specialità dei partiti oggi detti appunto «sovranisti», che offrono sicurezza agitando capri espiatori (in particolare demonizzando gli immigrati) con discorsi tribunizi.

Le “affinità legislative” in tema di prostituzione tra Salvini e Efe Bal, il trans che ha deriso Massimo Gandolfini, Mario Adinolfi e il popolo del Family Day

Ma come osserva Fabio Torriero, l’“identitarismo” di partiti come la Lega poggia su una idea di identità che «è e resta negativa, esclude, è egoista, nega, è filo-etnica, parla alla pancia, è l’identità-fortezza (invece l’identità è amore, apertura, polis)». Al tempo stesso

il suo programma e le sue ricette, entrando nel dettaglio, non vanno a colpire le centrali ideologiche, all’origine delle storture moderne della società europea ed italiana; in alcuni casi, addirittura, sono assolutamente coerenti col capitalismo liberale europeo (legalizzazione della prostituzione, tassazione liberalizzata etc).

(Fabio Torriero, L’illuminismo è finito… ma non andiamo in pace, Koinè, Roma 2016, p. 108)

La risposta della Lega pertanto rischia di essere la risposta securitaria, militarizzata e “cattivista” di quel sistema malato che il partito di Salvini solo a parole (o settorialmente) dice di combattere.

È proprio il negativismo dei partiti identitari l’indice della loro appartenenza al sistema. Lo spiega sempre Crouch. In democrazia la cittadinanza vive di due momenti: un momento positivo e uno negativo.

La cittadinanza nell’accezione positiva prevede la partecipazione attiva dei cittadini attraverso dei corpi intermedi. Nascono così quegli organismi sociali con interessi e identità collettive ben definiti, i soli in grado di avanzare autonomamente richieste al sistema politico. Oltre a questo c’è anche un momento negativo dell’attivismo democratico: il momento della protesta e dell’accusa, dove la condotta dei politici è sottoposta a un esame critico da parte della cittadinanza.

Questa differenza tra cittadinanza attiva e passiva si traduce in due differenti concezioni dei diritti dei cittadini. Così i diritti positivi tendono a enfatizzare la capacità dei cittadini di partecipare alla vita politica: il diritto di voto, il diritto di associarsi e organizzarsi, il diritto di essere informati correttamente, ecc. I diritti negativi invece proteggono l’individuo dagli altri, in particolare dallo Stato: il diritto di proprietà, il diritto alla sicurezza, il diritto di citare in giudizio, e così via.

Una democrazia sana ha bisogno di entrambi i momenti, giacché la cittadinanza necessita tanto di partecipazione quanto di protezione. Il discorso populista tende invece ad esasperare il momento negativo della cittadinanza (la retorica securitaria, anti-casta, anti-immigrazione) alimentando così uno spirito di aggressione nei confronti della classe politica. Il problema è che questo approccio negativo, a ben vedere, condivide con l’oligarchia dominante l’idea che la politica sia sostanzialmente una faccenda elitaria. Il momento populista si rivela così complementare a quello oligarchico.

Le élite comprimono gli spazi della partecipazione popolare, i populisti se ne disinteressano. Ma senza propiziare la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica (momento positivo) non si esce dal quadro della postdemocrazia. Per questo la retorica protestataria, sempre “anti” e “contro” qualcuno, non offre un’alternativa credibile alla deriva postdemocratica.

La retorica del “vaffa”, che porta solo a catalizzare gli umori acidi della massa in un coagulo senza prospettive, merita a pieno titolo l’appellativo di anti-politica. È la stessa logica degli «sciami digitali» della rete, che non rappresentano alcuna forza politica anti-sistema, essendo composti da individui solitari, soli davanti allo schermo, che si sfogano con ferocia inaudita contro altri singoli individui senza mai organizzarsi come alternativa al sistema politico. In questo senso grillini, salviniani e meloniani sono intercambiabili. Il M5S cavalca il malumore popolare ma sul piano dei costumi propone rimedi che aggraverebbero ancora di più la malattia anziché sanarla.

Tutti oggi – Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, Meloni – si presentano come “rottamatori della vecchia politica”. Tutti sono populisti, tutti si appellano alla pancia del popolo. Ma tutti hanno da dargli solo del cibo avariato. In Francia non va diversamente. Oltre a Marine Le Pen, anche il candidato di estrema sinistra, il socialista (e massone) Jean-Luc Mélenchon si serve di slogan populisti (“la forza del popolo”, “l’era del popolo”).

Il limite dei cosiddetti “leader populisti”, anche di successo come Donald Trump, è l’incapacità di rappresentare una vera alternativa sistemica. È dello stesso avviso William Cavanaugh, critico della civiltà dei consumi che insegna teologia politica alla DePaul University di Chicago. Intervistato dalla rivista “Limite”, Cavanaugh ha spiegato la vittoria di Trump con la debolezza della candidatura di Hilary Clinton, che ha pagato a caro prezzo l’elitismo del suo partito.

«Avendo progressivamente abbandonato la difesa dei lavoratori per difendere un “progressismo dei costumi”, il partito democratico ha perduto la propria base», spiega Cavanaugh. «La gente comune, già indebolita sul piano sociale, è stata destabilizzata moralmente dalla campagna democratica sui diritti delle minoranze sessuali e sulla sacralizzazione del diritto ad abortire». È così che Trump per molti americani ha finito per rappresentare «un’alternativa credibile all’indecenza delle élite, troppo slegate dalla morale comune. La sua vittoria non si spiega unicamente con l’ascesa di un sentimento nazionalista dovuto alla paura dell’islam e dell’immigrazione, ma anche con un forte sentimento di insicurezza morale».

La vittoria di Trump perciò è fondamentalmente ambigua. Se da un lato rappresenta un segno di vitalità della“common decency”, dall’altro è espressione della cultura della paura di marca individualista. «Se il populismo – prosegue Cavanaugh – designa uno stile demagogico fondata sull’eccesso anti-establishment e anti-immigrati, senza alcun dubbio Trump è anche il candidato che meglio ha realizzato il miracolo del “populismo miliardario”, o meglio quello che ha mostrato che questa contraddizione è solo apparente».

Anche il trumpismo appare una alternativa “interna” al sistema, perché

il populismo, in fondo, non fa altro che portare a conclusione la logica dell’individualismo. Anche se si riferisce al popolo, è il sintomo di corpo sociale lacerato, atomizzato. Un leader populista non si rivolge mai a un popolo ma alle passioni degli individui isolati dal resto della società. Il suo successo discende precisamente dal sentimento che non c’è più il popolo, non c’è più una comunità politica vissuta. In una società individualista, in cui l’esperienza collettiva della politica non è più possibile, sempre più il populismo diventa la regola: la volontà dell’individuo esasperato e isolato si si congiunge, senza mediazione, alla volontà del leader carismatico, cioè la volontà dell’individuo che ha avuto successo.

La dialettica tra populismo ed elitarismo ricorda quella di due gemelli eterozigoti che, simili ancorché diversi, fanno pur sempre riferimento a un comune patrimonio genetico. Anche odiandosi non possono fare a meno l’uno dell’altro. Così ognuno dei due combatte e al tempo stesso alimenta l’altro in una spirale apparentemente senza fine.

Qual è allora la vera alternativa ai guasti della postdemocrazia? La troviamo nelle parole di un critico dei populismi come papa Francesco. Nel suo recente discorso ai capi di stato dell’Europa in occasione del 60o anniversario della firma del Trattato di Roma il Papa ha fornito una diagnosi convincente del fenomeno populista. I populismi, ha detto Francesco, «fioriscono proprio sull’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”». Ma l’armonia di un corpo sociale non può poggiare sull’egoismo e sulla paura. I popoli torneranno a “sentire cum Europa” nella misura in cui il vecchio continente saprà riscoprire uno spirito di comunione, l’esatta antitesi dell’individualismo egoistico. Le sue parole d’ordine dovranno essere solidarietà (la capacità di ciascun membro del corpo sociale di solidarizzare con l’altro o col tutto) e sussidiarietà (la capacità di partecipazione attiva della cittadinanza).

Papa Bergoglio ha richiamato anche il sistema politico alle proprie responsabilità, esortandolo a servire il bene comune e non gli interessi egoistici. Soltanto così avremo una «leadership ideale, che eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ma piuttosto elabori, in uno spirito di solidarietà e sussidiarietà, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa».

* * *

[1] L’intervista è apparsa su «Die Zeit» del 9 marzo 2017. Riportiamo una nostra traduzione dei passi dell’intervista dedicati al tema del populismo:

ZEIT: In generale c’è la sensazione che oggi i valori cristiani non siano molto quotati. Il mondo occidentale è diviso e va sempre più alla deriva. Il populismo, soprattutto di destra, avanza e nuovi movimenti politici attaccano anche direttamente la democrazia parlamentare. Come dovrebbe comportarsi un cristiano in queste circostanze?
Francesco: Per me il concetto di populismo è sempre stato soggetto a fraintendimenti, perché in Sudamerica ha un altro significato. All’inizio non sapevo bene come fare, perché non lo avevo inteso correttamente. Populismo significa usare il popolo, giusto? Pensi all’anno 1933, dopo la caduta della Repubblica di Weimar. La Germania era disperata, indebolita dalla crisi economica del 1929, e poi arrivò quest’uomo e disse: io posso, io posso, io posso! Si chiamava Adolf. Ecco com’è andata. Ha convinto il popolo di questo, che lui poteva. Il populismo ha sempre bisogno di un Messia. E anche di una giustificazione: noi proteggiamo l’identità del popolo!
ZEIT: Forse perché altrimenti non ci si può realmente riconoscere in niente?
Francesco: Forse.
ZEIT: Anche perché non ci sono quasi più modelli politici?
Francesco: Quando i grandi politici del dopoguerra come Schuman o Adenauer sognavano l’unità dell’Europa non avevano in mente qualcosa di populistico quanto di fraternizzare l’Europa dall’Atlantico agli Urali. Questi uomini possedevano il talento per servire il proprio paese senza mettersi al centro, e questo li ha resi dei grandi leader. Non dovevano essere dei messia. Il populismo è cattivo e finisce male, come ha mostrato il secolo passato.
ZEIT: Davvero lei trova che la situazione attuale sia paragonabile al 1933? Dice perfino che ci troviamo in una terza guerra mondiale.
Francesco: Questa cosa della guerra mondiale l’ho detta spesso, sì.
ZEIT: Che cosa vuol dire?
Francesco: Il mondo intero si trova in guerra. Pensi solo all’Africa.
ZEIT: Ma questi sono conflitti di minore entità.
Francesco: Per questo parlo di una terza guerra mondiale che si espande come a pezzetti. Pensi all’Ucraina, all’Asia, al dramma di Sinjar in Iraq, a questi poveri uomini che sono stati sfollati. Come mai parlo di guerra? Perché viene condotta con armi moderne. La manda avanti tutta una rete di fabbricanti d’armi. Ma per mettere in chiaro le cose: io non dico che oggi ci troviamo nella stessa situazione del 1933. Assolutamente no. Era solo un esempio per illustrare il populismo.
ZEIT: Anche se non è da paragonare al 1933, questo populismo la preoccupa?
Francesco: Quello europeo sì, un po’. Ciò che penso dell’Europa l’ho detto nei miei discorsi europei. Ne ha fatti due a Strasburgo e il terzo quando ho ricevuto il Premio Carlo Magno. Non ricevo volentieri riconoscimenti, questo è stato l’unico premio che ho accettato e solo perché hanno tanto insistito dicendo che sarebbe stato importante che mi rivolgessi all’Europa. E l’ho fatto, però gli oratori che mi hanno preceduto – Jean-Claude Juncker, Martin Schulz, Donald Tusk e anche il sindaco di Aquisgrana – sono stati molto più incisivi di me. Più appassionati, più energici.

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