Il Magistero del Papa nero

Il Magistero, si sa, è sempre meglio non commentarlo a caldo. Prima mettersi in diligente ascolto, esercitando “devoto ossequio della volontà e dell’intelletto”; poi osservare “il sacro silenzio” per interiorizzare la lezione magisteriale; infine, se la cosa è necessaria o perlomeno opportuna, pronunciarsi. Se questo vale per quello dei Vescovi e del Papa… tanto più vale per quello del Papa nero, che spesso ha saputo rivelarsi profetico rivelatore dei tempi a venire. Una volta, appunto.

Perché oggi, almeno a leggere la (preziosa) intervista di Giuseppe Rusconi al padre generale Arturo Sosa, il Papa nero non guarda più avanti del Tiresia dantesco (che cammina con la testa ritorta verso le terga). L’intervista è ampia e dettagliata, spazia dal giusto allo scandaloso passando per l’ovvio e l’ambiguo: voglio però concentrarmi su due soli punti, che mi paiono più densi di significato.

Anzitutto la questione del registratore

Ieri un’amica mi mandava questo messaggio:

Trovato in una giara un registratore del 33 d.C. I ricercatori hanno tradotto dall’aramaico: «In verità, in verità vi dico: il Generale dei Gesuiti è un coglione»

Così, a naso, direi che il lóghion riportato non sia un ipsissimum verbum Iesu. Ma certamente ha le sue ragioni redazionali, diciamo così.

Ad esempio, che dire di questo passaggio dell’intervista?

Ma allora, se tutte le parole di Gesù vanno esaminate e ricondotte al loro contesto storico, non hanno un valore assoluto…

Nell’ultimo secolo nella Chiesa c’è stato un grande fiorire di studi che cercano di capire esattamente che cosa volesse dire Gesù… capire una parola, capire una frase… le traduzioni della Bibbia cambiano, si arricchiscono di verità storica… Pensi un po’: per me, venezuelano, una stessa parola può avere un significato diverso se detta da uno spagnolo… Ciò non è relativismo, ma certifica che la parola è relativa, il Vangelo è scritto da esseri umani, è accettato dalla Chiesa che è fatta di persone umane. Sa che cosa dice san Paolo? «Non ho ricevuto il Vangelo da nessuno degli Apostoli. Sono andato a trovare Pietro e Giacomo per la prima volta tre anni dopo la conversione. La seconda, dopo dieci anni e in quell’occasione abbiamo discusso di come va compreso il Vangelo. Alla fine mi hanno detto che anche la mia interpretazione andava bene, ma una cosa non dovevo dimenticare: i poveri…». Perciò è vero che nessuno può cambiare la parola di Gesù… ma bisogna sapere quale è stata!

Una bella giravolta gesuitica, un sorriso sornione et voilà: i principî ovvî di una sana ermeneutica biblica assurgono a dogma protagoreo. Poi, senza poter capire come, la Leben Iesu Forschung [“Inchiesta sul Gesù storico”] e la quæstio de verbis ipsissimis Iesu [“ricerca sulle esattissime parole di Gesù”] smettono di essere un problema storico-esegetico e diventano una questione pastorale. D’emblée.

E’ discutibile anche l’affermazione (cfr. Matteo 19, 3-6) “Non divida l’uomo ciò che Dio ha congiunto”?

Io mi identifico con quello che dice papa Francesco: non si mette in dubbio, si mette a discernimento…

…cioè si mette in dubbio, poiché il discernimento è valutazione, è scelta tra diverse opzioni… Non c’è più un obbligo di seguire una sola interpretazione…

No, l’obbligo c’è sempre, ma di seguire i risultati del discernimento. Non è una qualsiasi valutazione…

Però la decisione finale si fonda sul giudizio relativo a diverse ipotesi…Prende in considerazione dunque anche l’ipotesi che la frase “l’uomo non divida….” non sia esattamente come appare… Insomma mette in dubbio la parola di Gesù…

Non la parola di Gesù, ma la parola di Gesù come noi l’abbiamo interpretata… Il discernimento non sceglie tra diverse ipotesi ma si pone in ascolto dello Spirito Santo, che – come Gesù ha promesso – ci aiuta a capire i segni della presenza di Dio nella storia umana. 

Ora, cominciamo da quest’ultima cosa, visto che anch’io (nel mio piccolo) mi vanto di essere un figlio di sant’Ignazio e un ex alunno della sua università: gli Esercizî Spirituali di Sant’Ignazio sono la matrice del “discernimento” gesuitico, e gli Esercizî servono, secondo il loro autore, «para vencer a si mismo y ordenar su vida, sin determinarse por affeccion alguna que desordenada sea» [«per vincere sé stessi e mettere ordine nella propria vita, senza prendere decisioni per alcuna affezione che sia disordinata»]. Mi sono innamorato della Compagnia di Gesù per questa cristallina chiarezza dei fini di ogni azione, teologica e pastorale: per questa suprema trasparenza del fine ultimo del pensare e dell’agire apprezzo perfino il “gesuitismo” – e l’autoironia, che era (una volta, temo) la sorella gemella dell’altrettanto famigerato orgoglio gesuitico. Una sorella che temperava l’asprezza del gemello… –; ora mi dispiace intimamente vedere tanto appannata quella chiarezza. La tortuosità delle parole dei gesuiti, che tempo fa mi pareva perfettamente giustificabile in quanto finalizzata alla felicità dell’uomo, cioè alla sua Salvezza, mi sembra oggi quasi fine a sé stessa, come se fosse ordinata a una salvezza che si presume coincidere con ciò che, anche nelle “affecciones desordenadas”, appare la felicità. Almeno quando leggo parole come quelle di Sosa in risposta a Rusconi. Povero sant’Ignazio.

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Albert Schweitzer (1875-1965) – medico, matematico, musicista, filosofo, teologo, missionario, premio Nobel per la pace (lo amo. Si capisce?)

Ma torniamo al punto precedente: i progressi degli studî storico-critici su Gesù e sulle sue parole. Sosa parla di «un grande fiorire di studi che cercano di capire esattamente che cosa volesse dire Gesù», e dice che questa ricerca caratterizzerebbe l’ultimo secolo. Io invece non posso impedirmi di ripensare che l’oggetto della ricerca sul Gesù storico così come lo definisce lui è tipico di quella sua prima fase che proprio un secolo fa terminò. Fu una fase tanto arrogante nelle ambizioni quanto modesta nello strumentario ermeneutico (e inconsistente negli esiti): a porle la lapide funeraria sopra fu la benemerita tesi di laurea in teologia di quel genio che fu Albert Schweitzer, “Geschichte der Leben-Jesu-Forschung” [Storia della ricerca sulla vita di Gesù] (1906). A cosa arrivava Schweitzer (che nella vita ha fatto più missione di cento gesuiti “pastoralisti” dei nostri giorni)? A documentare, fugando ogni ragionevole obiezione, che quella ricerca incappa fatalmente nell’esito di attribuire a Gesù i proprî sentimenti, i proprî pensieri.

Le fasi posteriori, quelle del XX secolo, si sono concentrate su obiettivi molto meno utopistici di quelli della prima, ma nella narrazione spicciola è lo scopo della prima a essere declamato come fine della Quest. Alla fine dei conti – lo ricordava Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret – l’esegesi deve arrendersi al fatto che i Vangeli sono storicamente più attendibili di qualunque altra fonte e soprattutto di qualunque ricostruzione critica che pretenda di “discernere” il testo dal contesto. Il discernimento è una cosa seria e sacrosanta, non una foglia di fico per l’arbitrio.

Poi la faccenda del Concilio

L’altra cosa che mi ha colpito, nell’intervista, è il richiamo martellante al “Concilio Vaticano II”.

Ma, padre Sosa, non c’è magari qualche differenza piccola piccola tra il fondamentalismo islamico e quello che Lei definisce “fondamentalismo cristiano”? Di sicuro quello islamico si esprime attraverso gli attentati terroristici, preferibilmente in luoghi affollati. E si basa anche sull’interpretazione di diverse sure del Corano, oltre che sull’esempio dello stesso Profeta. Quello che Lei ritiene ‘fondamentalismo cristiano’ non si caratterizza certo per gli attentati terroristici…

Però i due fondamentalismi si possono paragonare nell’atteggiamento. E’ certo  fondamentalista l’atteggiamento di chi critica radicalmente il Concilio Vaticano II, questo nuovo modo di essere Chiesa che oggi è incarnato dal magistero di papa Francesco… Dicono di essere più fedeli di lui al Vangelo…

È vero che “fondamentalismo” è una parola di origine cristiana (protestante) e non si applica all’islamismo se non secondariamente, e con una ben precisa declinazione. La faccenda è un’altra: da una parte si dice che il depositum fidei del Vaticano II si riassume nel magistero di Papa Francesco (il che, in senso stretto, non è vero e non potrebbe esserlo per alcun Pontefice); dall’altra che i lefebvriani, ovvero gente che «critica radicalmente il Concilio Vaticano II», possono rientrare in comunione con la Chiesa di Roma senza accettare tutto e intero il Vaticano II. Era domenica 10 aprile 2016, quando monsignor Bernard Fellay disse, predicando pubblicamente a Puy-en-Velay:

Il giorno dopo abbiamo visto monsignor Pozzo, il responsabile della Commissione Ecclesia Dei, di quest’istanza romana che si occupa di noi, e monsignor Pozzo ci ha detto: «Noi pensiamo (“noi”, cioè la congregazione della Fede, non solo lui) che non dobbiamo domandarvi se non ciò che si domanda e che è necessario ad ogni cattolico, e niente di più». Pozzo ha sviluppato questo pensiero dicendo: «Ebbene, il concilio Vaticano II non è dottrinale, e quindi questo non possiamo domandarvelo». È stato anche più chiaro: «Voi avete il diritto di difendere la vostra opinione sulla libertà religiosa, sull’ecumenismo, sulla relazione con le altre religioni – Nostra Ætate». È stato così sorprendente che gli ho detto: «Non è impossibile che le domandi di venire a dire questa cosa da noi».

Ciò non è accaduto, che io sappia, ossia Pozzo non è andato a Puy-en-Velay a ripetere queste parole. Neppure so di smentite, tuttavia. Ho solo letto delle risposte del vescovo di Curia romana a Christ und Welt qualche mese più tardi.

Il Concilio non è un Superdogma pastorale, ma fa parte dell’intera tradizione e dei suoi insegnamenti permanenti: mentre la tradizione della Chiesa continua ad evolversi, non è mai nel senso dell’innovazione, che sarebbe in contrasto con quello che esiste già, ma piuttosto verso una comprensione più profonda del Depositum Fidei, il patrimonio autentico della fede. Tutti i documenti della Chiesa vanno interpretati in questo senso, inclusi quelli del Concilio. Questa premessa, assieme all’impegno per la professione di fede, il riconoscimento dei Sacramenti e la Supremazia Papale formano la base per la dichiarazione dottrinale che sarà sottoposta alla Fraternità per la firma. Sono questi i requisiti con i quali un cattolico può essere in piena comunione con la Chiesa Cattolica.

Molto diverso dalle parole riportate da Fellay… Certo, resta diverso dire “c’è una gerarchia dei documenti del Vaticano II, così come c’è una gerarchia delle fonti e una gerarchia delle stesse verità” oppure “se qualcosa del Vaticano II non vi piace, lasciate pure nel piatto”. Quello che mi preme qui osservare è che queste misuratissime parole di Pozzo sono incompatibili con le entusiastiche (e approssimative) affermazioni del Papa nero.

Al quale, in ultimo, vorrei solo ricordare che proprio perché non siamo né di Apollo, né di Paolo, né di Cefa, sappiamo pure che l’interpretazione autentica del Vaticano II appartiene unicamente alla Chiesa di Cristo (il quale «è lo stesso ieri, oggi e sempre»). E quest’ultima ne ha visti, di Papi… bianchi, rossi e neri. Senza scomporsi mai più di tanto.

Sappiamo digiunare
sappiamo pregare
sappiamo aspettare

(Hermann Hesse, Siddharta)

5 pensieri su “Il Magistero del Papa nero

  1. Claudia ha detto:

    Ma poi… caro Papa nero, vogliamo rileggere questi documenti conciliari ogni tanto?

    La famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata. Così, col suo esempio e con la sua testimonianza, accusa il mondo di peccato e illumina quelli che cercano la verità.

    (Lumen Gentium 35)

    Sarà da contestualizzare anche il Concilio?

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